Rialto città contemporanea: un’intervista a Ezio Micelli
Rialto, la parte antica di Venezia, luogo vivo da più di mille anni, mercato cittadino e centro commerciale e finanziario della Repubblica Serenissima, visto come luogo epico dello sviluppo del capitalismo, prima di Londra e New York; un luogo di scambio, di trattativa, che riporta all’immagine di città come luogo aperto. Soprattutto, una parte di città promossa sulla spinta dell’utile e che sorprendentemente genera il bello.
Pubblichiamo anche qui l’intervista che Lorenzo Cinotti di Fnv ha fatto per Rialto cuore della città a Ezio Micelli, professore dell’Università Iuav di Venezia, ora Assessore all’Urbanistica della nuova giunta del Comune di Venezia.
Lorenzo Cinotti: Mi ha molto colpito una tua intervista dell’anno scorso sul Corriere del Veneto, in cui indicavi Rialto come uno dei luoghi topici di Venezia.
Ezio Micelli: Questa svenevole impressione che le persone hanno, soprattutto i turisti, di una città caramellosa, una città dell’amore, non corrisponde alla realtà.
Mi ha molto colpito che un luogo come Rialto venga percepito come folcloristico, in realta è un luogo epico dello sviluppo del capitalismo. Braudel lo recupera nella sua storia del capitalismo, raccontandolo come uno dei centri da cui si dirama la forma capitalistica del nostro sviluppo, che poi passa attraverso il Belgio, Londra, New York e oggi andrebbe, chissà, a Shanghai. Bisogna avere coscienza di come un luogo come questo non sia semplicemente un’amena piscina per turisti.
A guardarsi intorno ci sono dei segni che impongono il ricordo: quando si scende dal ponte di Rialto, per esempio, alzando lo sguardo a sinistra si vede la statua della giustizia. I temi dell’equità e dello scambio e l’idea che il mercato abbia delle regole hanno delle simbologie fisiche. Poi che tutto questo capitalismo abbia lasciato la città e vi sia rimasto solo un mercato di frutta a verdura a noi va anche bene, ma questa dimensione quasi epica di rapporto tra un luogo della città e la storia del mondo io francamente la ritengo il minimo della pena.
E’ come guardare Punta della Dogana, oggi trasformato in un luogo di esperienza artistica, che era prima di tutto un approdo di mare in cui scendere, presentare le proprie carte, dichiarare quello che si aveva nella stiva e andare avanti.
Devo dire che secondo me a Rialto il tema della centralità dell’economia si è perso. Ovvio che questo è anche un luogo per i turisti, il turismo è l’Eldorado del nostro secolo, prima industria del nostro paese, del Veneto sicuramente. La consapevolezza che questo sia un luogo di scambio, di negoziato permanente, di trattativa, ci riporta all’immagine di città come luogo aperto; un’idea che fa pensare, soprattutto in questo nord-est che tende ad avere un’ossessione identitaria di chiusura. Venezia è una città che per sua natura costitutiva è luogo dello scambio, mercato aperto a un’economia mondo – direbbe Braudel – e deve mantenersi tale.
Anche dal punto delle forme Rialto colpisce, vi leggi una densità edificatoria che date le tecnologie dell’epoca era il massimo possibile, parliamo di cinque, sei piani. Osserviamo anche le distanze tra gli edifici per esempio: se vai a Dorsoduro già ti accorgi di come si dilatano. Rialto ha subito forti pressioni insediative e speculative e l’estetica del luogo ci pone importanti interrogativi. Siamo di fronte al paradosso di una speculazione che genera il bello; qui a Rialto, così come a NY o Shanghai, si utilizzano le ragioni della speculazione per produrre e alla fine si riesce a generare il bello.
Lorenzo Cinotti: Un bello che è sinonimo anche di potenza, come la Basilica di San Marco.
Ezio Micelli: Il bello e la forza economica che si materializzano in uno spazio pongono sempre degli interrogativi. Noi amiamo delle cose che non sono certo nate dalla buona grazia di qualche mecenate, ma sono piuttosto un incrocio di speculazioni e confilitti contradditori. Tutto ciò ha depositato qualcosa che noi riteniamo straordinariamente bello. Una bellezza che non è intenzionale.
Lorenzo Cinotti: Un bello generato dalle attività imprenditoriali.
Ezio Micelli: Un bello certamente generato da una regolazione che ha fatto sì che pulsioni anche contradditorie abbiano generato un risultato fenomenale.
Lorenzo Cinotti: Il tema che anticipavi prima, il mercato aperto, secondo me richiama anche l’idea dello scambio delle merci che è anche scambio di idee e culture.
Ezio Micelli: E’ una metafora per ripensare il nostro mondo. Nel Nord Italia Venezia rappresenta sicuramente lo spazio dell’interazione. Altri luoghi propongono idee diverse di sviluppo, ma questa città pone sempre interrogativi perché fa dell’apertura la sua bandiera, è una città che ha capacità di conciliare gli opposti e di questo fa il suo modo di essere.
L’esercizio del commercio di per sé ti porta ad essere tollerante. Basti pensare che l’Unione Europea è nata perché l’unico modo perché Francia e Germania smettessero di farsi guerra era farle diventare partner commerciali. Venezia è una città che ci insegna che un modo per non farsi troppe guerre tra oriente e occidente è quello di intrecciare i destini. Come? Molto spesso con i soldi.
Lorenzo Cinotti: Come, secondo te, i segni del passato potrebbero essere utilizzati in chiave contemporanea? Mi riferisco a riattivare i significati simbolici stratificati nel tempo a Rialto.
Ezio Micelli: La città deve tenere viva la propria identità: Rialto è un mercato, deve mantenere la dimensione mercantile ma soprattutto quella di crocevia e di intreccio. Questo si ottiene a partire da due concetti chiave: intrattenimento e cultura.
E’ necessario pensare che i luoghi che parlano per se stessi, che fisicamente esprimono dialogo, intersezione delle culture che si integrano, devono diventare la sede fisica di una cultura di rapporto con l’altro: questo è Venezia nel suo centro storico. Il rapporto lo puoi realizzare attraverso attività differenti, in forme alte o basse, non è questo l’importante. (Due momenti recenti che ricordo, di partecipazione e condivisione con i cittadini, sono per esempio la festa 40xVenezia in Pescheria a Rialto, servita come spunto per riappropriarsi degli spazi disponibili, e l’installazione di Plessi a San Marco – Paradiso e Inferno – che coinvolse la piazza, rendendo l’arte contemporanea una componente della quotidianità delle persone.)
La deriva di simili interventi è rendere l’area un divertimentificio per giovani, che va bene perché dai loro un luogo di incontro, ma non completa l’intera gamma di intrattenimento e cultura. Ripeto, non parliamo unicamente di forme espressive elitarie: l’idea di una cultura popolare intelligente, diversa, partecipata si adatta bene al mercato, perché quel luogo ha una dimensione popolare. La cultura può lasciare luoghi preposti come la Biennale, le forme sofisticate e spostarsi anche al mercato, che è di tutti.
Lorenzo Cinotti: L’integrazione parte dal basso, dunque.
Ezio Micelli: Ritornare a pensare la città di Venezia e soprattutto il quartiere di Rialto ci permette di ripensare in senso più ampio i luoghi, che in una città così piena sono delle vere e proprie opportunità. Molti cittadini avevano timore rispetto alla liberazione del mercato di Rialto, invece il vuoto urbano è diventato formidabile momento di vita sociale collettiva, in grado di ospitare la festa del sindaco come la consueta liturgia dell’aperitivo.
Certo, Rialto funziona perché è uno spazio ricco e denso dal punto di vista simbolico: in un vuoto così può succedere sempre qualcosa. Esistono anche vuoti urbani che non decollano mai, vedi per esempio Piazza San Marco.
Lorenzo Cinotti: Lì forse il problema è l’assenza di tessuto residenziale. A Rialto ci sono il mercato ed i negozi a tenere insieme i residenti.
Ezio Micelli: Un simile vuoto, di una bellezza straordinaria che quasi incute timore e che non viene sfruttato, è un grande problema delle città, perché la piazza italiana rimane ancora un luogo fondamentale. L’esperienza degli ultimi anni ci insegna che i centri commerciali non si possono sostituire alla piazza; tutti vanno al centro commerciale per spendere e fare compere, ma per l’aperitivo si sceglie sempre la piazza, un luogo di memoria storica depositata ed esperienza condivisa.
Questa sono riflessioni che ho fatto anche per Mestre: la città a una certa ora si svuota, ci sono effetti di riempimento e svuotamento e la chiave di lettura è sempre la stessa: ci si incontra nei luoghi dove c’è un’esperienza condivisa che si stratifica nelle porte, nei muri e nel selciato, e il senso dell’incontro ce lo dà un’idea della cultura autenticamente condivisa che fa parte dei consumi superiori cui tutti anelano.
Anche l’idea che abbiamo oggi dell’arte non corrisponde più alla grande mostra nel museo, che è quasi una manifestazione consumistica, l”esperienza dell’arte è più condivisa, più performante. Se ci si sposta su questo livello, anche le attività di commercio ed intrattenimento devono seguire la tendenza. E’ importante sottolineare che l’attrattività non è più legata alla qualità della scatola. Il locale può ragionare singolarmente quando si raggiungono punte di eccellenza, quando si tratta di luoghi che sopravvivono a prescindere da ciò che si trova intorno.
A Rialto si fa necessariamente un ragionamento diverso: entri in un distretto e al suo interno scegli il locale che più ti piace. Di conseguenza il commerciante non può puntare solo sulla propria attività ma deve appoggiarsi all’intero proprio distretto. Penso a Rialto, ma anche a Campo Santa Margherita.
Per esempio, invece, Santa Marta avrebbe straordinaria potenzialità ma non ha massa critica, non ha locali, non ha un vuoto urbano dotato di qualità. In un luogo così manca una dimensione di socialità, è un problema non avere luoghi perimetrati, ordinati, geometricamente chiusi.
Lorenzo Cinotti: Dieci anni fa abbiamo organizzato un incontro sulla restituzione dell’Erbaria alla città, erano invitati commercianti, Insula e il Consorzio Venezia Nuova, rappresentanti del Comune di Venezia e di altre istituzioni. C’erano tante persone e devo dire che lo scambio di informazioni ha funzionato bene. Erano insieme cittadini e amministratori e l’atmosfera ha senza dubbio aiutato l’incontro.
Ezio Micelli: Infatti, luoghi simili attraggono molto. In un’economia ricca di persone un po’ più agées, non si dà ai soldi e allo spazio del puro scambio economico un valore esclusivo. Si dà valore alla partecipazione, ad un momento alto e qualificante in un luogo adatto. E’ importante sottolineare che luoghi simili vanno chiaramente valorizzati, lo spazio non è bello di per sé ma va arricchito, altrimenti diventa solo un vuoto abbandonato e di questi Venezia ne ha già abbastanza, abbandonati e vuoti da sempre. Bisogna dare un senso al luogo, e lo si costruisce con l’attività che si organizzano al suo interno.
Ezio Micelli è professore associato presso la facoltà di Architettura dell’Università Iuav di Venezia dove tiene corsi di Estimo e di Valutazione economica dei progetti. Da un mese è anche Assessore all’Urbanistica della nuova giunta del Comune di Venezia.


