
Sta per iniziare la stagione dell’arte a Venezia, quando inaugureranno le mostre più importanti: Marina Abramović, scoperte archeologiche e grandi collezioniste
La primavera dell’arte a Venezia, con le grandi mostre del 2026, inizia in anticipo con Horst P. Horst. La Geometria della Grazia a Le Stanze della Fotografia sull’isola di San Giorgio Maggiore, dal 21 febbraio al 5 luglio, che propone una lettura originale e trasversale dell’opera del grande fotografo di Vogue, restituendone la complessità oltre alla fotografia di moda che lo rese celebre.
Prima dell’exploit della Biennale di Venezia, attesissimo è l’appuntamento con Venice Galleries View, il circuito delle gallerie d’arte indipendenti veneziane che a fine marzo presenta il Venice Gallery Weekend, un fine settimana di inaugurazioni ed eventi.
Scopri le mostre che abbiamo selezionato
- Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari
Dal 6 marzo al 29 settembre
Palazzo Ducale, appartamento del Doge, Piazza San Marco
Mari, fiumi, sorgenti e complessi termali sono luoghi dove il contatto con il divino è possibile. Undici sale, reperti inediti, l’acqua come medium: nell’Italia preromana, Etruschi e Veneti lasciavano offerte nelle sorgenti termali, nei fiumi e nei porti. Bronzi, statue ed ex voto venivano deposti dove l’acqua calda affiorava dalla terra, come gesto per invocare cura del corpo e ascolto della preghiera.
Rappresenta il mondo etrusco la Testa di Leucothea da Pyrgi, simbolo di protezione dei naviganti. I bronzi di San Casciano dei Bagni, esposti al pubblico per la prima volta, sono il più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana scoperto in Italia, il ritrovamento più importante dopo i Bronzi di Riace. Riscrivono la storia della statuaria antica perché di quel periodo si conoscevano solo terracotte, e le iscrizioni bilingui incise su di essi, in etrusco e latino, testimoniano la convivenza pacifica tra i due popoli.
- We are bodies of water
Fa parte della mostra a Palazzo Ducale la grande installazione We are bodies of water, creata dalla visione di Giovanni Bonotto della Fondazione Bonotto: un monumentale arazzo tessuto con filati di materie plastiche riciclate da scarti industriali, con interventi digitali e sonori nati da una ricerca sull’ecosistema lagunare veneziano.
Su disegno di Florentina Isac e Marco Bianchini, la trama racconta la flora e la fauna della laguna; una componente luminosa in fibra ottica (Dreamlux, Tommaso Galbersanini) fa apparire parole sulla superficie. La traccia sonora alterna i nomi delle specie a dati scientifici sull’ecosistema della laguna veneziana.
L’opera fa parte del progetto A-Collection, un progetto ideato da Giovanni Bonotto e Chiara Casarin che unisce l’eccellenza della manifattura tessile alla creatività di artisti contemporanei per trasformare concetti artistici in grandi arazzi utilizzando tecnologie sostenibili.
We are bodies of water ha il contributo scientifico di Luca Mizzan del Museo di Storia Naturale di Venezia e sound e poesia di Giovanni Fontana.
Le nuove mostre negli spazi della Pinault Collection a Venezia
Due sedi e quattro personali in parallelo è la proposta delle mostre 2026 negli spazi della Collezione Pinault a Venezia. A Palazzo Grassi la pittura di Michael Armitage convive con le installazioni-film di Amar Kanwar; a Punta della Dogana la ricerca di Lorna Simpson tra pittura, collage e film con il lavoro “in cammino” di Paulo Nazareth.
Palazzo Grassi
Dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027
- Michael Armitage. The Promise of Change
A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection, in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, art director, Serpentine Galleries, per il catalogo, e Caroline Bourgeois, advisor, Pinault Collection, e Michelle Mlati, storica dell’arte
Oltre 150 opere raccontano la pittura di Michael Armitage. Il suo segno parte da un supporto preciso: il lubugo (bark cloth), un tessuto ricavato dalla corteccia degli alberi, usato in Uganda. La superficie resta irregolare, con pieghe, pori e segni naturali: Armitage li lascia visibili e li usa come parte del quadro, perché cambiano luce, colore e contorni alle figure.
Le immagini guardano all’Africa orientale con il Kenya come riferimento costante. In alcuni lavori compaiono anche agganci precisi al presente, come le elezioni presidenziali in Kenya nel 2017 e il periodo del lockdown: eventi riconoscibili che diventano scene simboliche di temi attuali: violenza politica, corruzione, migrazioni, abuso di potere.
Una sala è dedicata ai disegni e agli studi preparatori che mostrano il metodo di lavoro dell’artista.
- Amar Kanwar. Co-travellers
A cura di Jean-Marie Gallais, curatore, Pinault Collection
Vent’anni separano due opere di Amar Kanwar sulla propaganda e sulla repressione: Palazzo Grassi le mette una accanto all’altra per comprendere come un gesto contro la censura diventa, oggi, un racconto più ampio sul potere.
The Torn First Pages (2004–2008) nasce da un gesto contro la propaganda del regime in Birmania, oggi Myanmar: il libraio Ko Than Htay strappava la prima pagina dei libri, obbligatoria perché riportava gli obiettivi politici della dittatura militare. Kanwar costruisce l’opera da lì e trasforma quelle pagine in materia visiva: carta stampata e video proiettati su fogli, dove la pagina resta documento e diventa anche schermo.
The Peacock’s Graveyard (2023) è un’installazione video a sette schermi sincronizzati e in loop, della durata di 28 minuti e 16 secondi con immagini e testi che compaiono e spariscono, cinque brevi racconti scritti dall’artista che scorrono e una colonna sonora basata su un raga (struttura melodica della musica classica indiana) eseguita al piano da Utsav Lal.
In questo secondo lavoro Kanwar smette di partire da un fatto politico preciso e usa le immagini e i testi per mostrare come la violenza e l’autorità entrino nella vita quotidiana e lascino conseguenze nel tempo: corpi, memoria, terra e acqua diventano parte della storia, insieme alla domanda su quali diritti restano quando il potere decide cosa può essere detto e visto.
Punta della Dogana
Dal 29 marzo 2026 al 22 novembre
- Lorna Simpson. Third Person
A cura di Emma Lavigne, direttrice generale e curatrice generale, Pinault Collection
Mostra organizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York
Cinquanta opere, un film, quaranta collage: Third Person mostra come Lorna Simpson costruisce un’immagine a partire da materiali raccolti e riassemblati. I collage funzionano come appunti di studio, ritagli e combinazioni di fonti, che poi si ripresentano nei dipinti con lo stesso metodo di stratificazione e montaggio.
Prima in Europa su questa scala, la rassegna è costruita in partnership con il Metropolitan Museum of Art. Il percorso espositivo presenta soprattutto la sua pittura dell’ultimo decennio: dai lavori con figure e frammenti di immagini fino ai paesaggi artici di Ice e alle opere che guardano a cielo e materia cosmica in Earth and Sky, passando per Special Characters. Esposte anche le opere presentate alla Biennale di Venezia 2015 e alcuni nuovi lavori pensati appositamente per gli spazi di Punta della Dogana.
- Paulo Nazareth. Algebra
A cura di Fernanda Brenner, curatrice indipendente
Diecimila chilometri a piedi dal Brasile a New York. Paulo Nazareth attraversa camminando quindici paesi dell’America Latina accumulando sulle infradito consumate la terra di ogni confine, di ogni strada, di ogni frontiera. Solo alla fine, arrivato a New York (nel 2011), immerge i piedi nel fiume Hudson: un rituale che chiude il cerchio, ricucendo simbolicamente le Americhe attraverso il corpo.
Questo viaggio estremo è Notícias de América, l’opera centrale della mostra Algebra, presente al secondo piano di Punta della Dogana. Fotografie, appunti scritti durante il cammino e le Havaianas logorate che documentano l’esperienza diretta della migrazione, trasforma il movimento in documento: posti di blocco, sguardi, reazioni alla pelle scura, identità che si scontrano con i confini disegnati dalla geografia coloniale.
Il titolo Algebra viene dall’arabo al-jabr, che significa rimettere insieme le ossa rotte. Per Nazareth, artista brasiliano di origine afro-indigena, camminare scalzo è un gesto di resistenza: calpestare la stessa terra degli antenati ridotti in schiavitù, a cui venivano tolte le calzature come simbolo di sottomissione. Il corpo diventa strumento di misura della violenza che ha modellato i confini contemporanei.
Una spessa linea di sale attraversa le sale di Punta della Dogana rivelando lentamente la forma di un tumbeiro, la nave usata per la tratta atlantica degli schiavi africani. Il sale guarisce, corrode, conserva. È la traccia fisica di una memoria sommersa.
La mostra riunisce vent’anni di pratica nomade: camminate attraverso le Americhe, i Caraibi, l’Africa. Opere inedite si affiancano a progetti già parte della Pinault Collection, come tappe di una performance continua tra arte e vita.
- Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista
Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701
Dal 25 aprile al 19 ottobre
A cura di Gražina Subelytė e Simon Grant
Come si diventa la collezionista più importante del Novecento? La Collezione Peggy Guggenheim risponde con la prima grande mostra sul periodo che trasformò un’ereditiera americana in un punto di riferimento per le avanguardie: 100 opere di Kandinsky, Dalí, Mondrian, Brancusi, Hepworth, Moore da musei internazionali, riunite per la prima volta da quando Peggy le espose nella sua galleria londinese del 1938, più lavori simili dello stesso periodo e materiali d’archivio.
Il percorso espositivo racconta i 18 mesi che cambiarono la storia dell’arte: nel gennaio del 1938 Peggy apre la sua prima galleria d’arte a Cork Street. Cresciuta tra palchi d’opera e arte antica, decide di esplorare l’arte contemporanea: Marcel Duchamp le insegna la differenza tra astrattismo e surrealismo, Samuel Beckett la convince a guardare gli artisti viventi, Mary Reynolds la introduce nei circoli dell’avanguardia.
In quei mesi presenta oltre 20 mostre – una nuova ogni quattro settimane – con artisti che l’establishment britannico considera scandalosi: la prima personale di Kandinsky, la monografica di Cocteau, la prima collettiva UK dedicata al collage. Quando intende esporre le sculture di Brancusi, la dogana le blocca dichiarandole merce industriale e non arte. Peggy porta il caso in Parlamento e vince: da quel momento l’arte moderna ha lo stesso valore legale di Tiziano o Raffaello. Chiude la galleria con l’idea di aprire un museo che la Seconda Guerra Mondiale impedirà.
La collezione iniziata comprando un’opera da ogni mostra per incoraggiare gli artisti diventa una delle più importanti del Novecento. Trova casa solo dopo l’esperienza della XXIV Biennale di Venezia, dove Peggy porta Jackson Pollock e l’espressionismo astratto americano per la prima volta in Europa. Decide di restare a Palazzo Venier dei Leoni, un palazzo incompiuto sul Canal Grande con un giardino, perfetto per le sue sculture.
“Mi sono dedicata alla mia collezione, ne ho fatto il lavoro della mia vita. Non sono una collezionista. Sono un museo.”
- Marina Abramović. Transforming Energy
Gallerie dell’Accademia, Dorsoduro, Calle della Carità 1050
Dal 6 maggio al 19 ottobre
La prima mostra delle Gallerie dell’Accademia dedicata a un’artista donna: Marina Abramović porta la performance dentro la più importante collezione di pittura veneta esistente al mondo, con un progetto inserito nel calendario della Biennale Arte 2026 e nell’anno del suo ottantesimo compleanno.
La Pietà di Abramović del 1983 affianca la Pietà di Tiziano. La fotografia della performance – Marina vestita di rosso tiene in braccio per tre ore il corpo di Ulay vestito di bianco – sta accanto all’ultimo dipinto del maestro veneziano (1575-76), incompiuto e completato da Palma il Giovane. Lo stesso gesto a 450 anni di distanza: un corpo sostiene un altro corpo, dolore e redenzione nella stessa posa.
Letti di pietra incastonati con quarzo e ametista si distribuiscono nel percorso espositivo: sono i Transitory Objects, sculture su cui sdraiarsi, sedersi o appoggiarsi. Il contatto con i cristalli attiva una “trasmissione di energia” secondo l’artista: “L’ematite aumenta davvero la pressione sanguigna; il quarzo rosa funziona sul cuore; il quarzo chiaro funziona sulla mente; la tormalina sul fegato. Tutte queste cose in realtà hanno anche proprietà mediche, proprietà scientifiche e proprietà energetiche”, ha detto. “Sta al pubblico scoprirli“.
“Dopo aver camminato sulla Grande Muraglia cinese – The Great Wall Walk (o The Lovers) del 1988 – mi sono resa conto che per la prima volta avevo fatto una performance in cui il pubblico non era fisicamente presente. Per trasmettere loro questa esperienza ho costruito una serie di oggetti transitori con l’idea che il pubblico potesse prendere parte attivamente.” Spiega Abramović nel suo sito.
Fotografie e video documentano le performance che l’hanno resa pioniera della body art: Rhythm 0 (Napoli 1974) – sei ore immobile mentre il pubblico usava 72 oggetti su di lei (rosa, forbici, pistola carica); qualcuno le puntò l’arma alla tempia prima che il gallerista intervenisse. Imponderabilia (Bologna 1977) con Ulay: nudi all’ingresso del museo, i visitatori dovevano passare sfiorando i loro corpi scegliendo chi guardare. Balkan Baroque (1997): quattro giorni a lavare 1.500 ossa di mucca macellate di fresco cantando canzoni balcaniche, risposta alla guerra in Bosnia che all’epoca devastava i Balcani – una performance così potente da valerle il Leone d’Oro alla Biennale. Marina fu la prima donna artista a vincere il Leone d’Oro nella storia del premio.
Il percorso si completa con opere inedite create appositamente per le Gallerie dell’Accademia.
Articolo di Lucia Pecoraro.
Foto cover: Marco Sabadin in Sguardi di Pietra -Punta-Dogana.
Le immagini sono state concesse dai rispettivi uffici stampa.

