
Nuovo ed essenziale: il Padiglione Centrale della Biennale di Venezia è pronto per l’opening della Biennale Arte 2026
La biennale avrà nuovmente il suo Padiglione Centrale, trasformato da una “re-invenzione“, come l’hanno chiamata gli architetti Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori di Labics: la prima riqualificazione integrale in 131 anni.
“È stato al contempo un progetto di conservazione della memoria del luogo e di radicale riscrittura.” Maria Claudia Clemente
Il Padiglione Centrale dopo il cantiere: cosa cambia?
Gli interventi al Padiglione Centrale hanno ridisegnato il circuito interno ed esterno a cui eravamo abituati. Alcuni cambiamenti erano necessari: gli infissi di Carlo Scarpa restaurati e ricollocati, la Sala Brenno del Giudice ridisegnata secondo le forme del progetto del 1928, gli strati di interventi sovrapposti nel tempo finalmente eliminati. Altri sono stati definitivi, come la scomparsa del colorato, appartato e quasi introvabile bar di Tobias Rehberger.
Era uno spazio ampio e straniante: bianco acceso, linee nere, elementi geometrici colorati ispirati al razzle-dazzle painting della Prima Guerra Mondiale. L’effetto wow era garantito. Assalti alle prese elettriche, un rifugio dalle piogge improvvise, il bar nel 2009 aveva vinto il Leone d’Oro alla 53. Biennale Arte. Adesso c’è una nuova caffetteria con vetrate sul canale e le altane esterne in legno ispirate all’architettura veneziana.
Biennale Arte 2026: In Minor Keys e l’eredità di Koyo Kouoh
All’opening della Biennale Arte 2026 – preview dal 5 all’8 maggio e apertura ufficiale dal 9 maggio al 22 novembre – vedremo un pezzo fondante della Biennale nel suo nuovo formato. È qui che in ogni edizione si concentrano progetti e opere che traducono il concetto curatoriale in spazio fisico.
Koyo Kouoh, la curatrice senegalese-camerunese e direttrice dell’Iziko South African National Gallery di Città del Capo, è scomparsa prima di presentare il lavoro completato. A maggio vedremo i frutti della sua eredità grazie al team che Koyo aveva scelto direttamente e che portano avanti la mostra nel suo spirito: gli advisor Gabe Beckhurst Feijoo, storico dell’arte con base a Londra, Marie Hélène Pereira, curatrice berlinese, e Rasha Salti, programmatrice e curatrice tra Beirut e Berlino; Siddhartha Mitter, giornalista newyorkese, nel ruolo di editor-in-chief e Rory Tsapayi come assistente alla ricerca.
Il tema scelto dalla curatrice è In Minor Keys, ossia la tonalità minore in musica: quella che porta le emozioni in superficie senza forzarle, che esprime senza gridare. Ed è coerente con quello che il Padiglione stesso racconta riaprendo: gli interventi sono profondi, e non si impongono. I nuovi lucernari in vetro fotovoltaico portano luce naturale uniforme senza che tu li veda; gli impianti sono completamente nascosti dietro pareti e copertura; le sale espositive sono spazi neutri e liberi da ogni ingombro. La discrezione è una scelta progettuale.
Come uno scrigno che custodisce quello che vale senza ostentarlo, un po’ defilato dal perimetro del Padiglione Centrale e dal percorso espositivo principale, c’è uno dei tanti gioielli di Carlo Scarpa a Venezia: il Giardino delle Sculture, con il suo percorso meditativo tra edere maestose, tettoie in cemento e vasche d’acqua che Scarpa aveva pensato come estensione silenziosa dello spazio espositivo. Nel progetto di riqualificazione, gli infissi originali di Scarpa sono stati restaurati e ricollocati con cura.
C’è qualcosa di strano e di bello nell’entrare in uno spazio che conosci a memoria e ritrovarlo diverso, come quando entri in una nuova casa, con quell’odore di pittura appena asciugata, dove però ti senti già in confidenza. Perché da qui è cominciato tutto.
Foto cover: Padiglione Centrale Biennale ph. Marta Formentello.
Foto sul Padiglione Centrale (press opening) e del bar di Tobias Rehberger ph. Irene Fanizza.
Articolo di Lucia Pecoraro.

